Roma. Via della Magliana. Davide, Francesco ed io usciamo soddisfatti dalla nostra gelateria di fiducia; il boccone di crema al cioccolato e cocco – con accompagnamento di zabaione, ma senza panna, che il contrasto caldo/freddo mi disturba un po’ – quasi mi va di traverso, e proprio mentre nella mia mente mi compiacevo della diligenza – a me napoletanamente aliena – di auto e pedoni dinnanzi all’autorità lampeggiante del semaforo, quando vedo una giovane donna carica di buste della spesa correre incautamente verso l’autobus che sta per ripartire ignorandola, e venire travolta da una bianca Renault che avanza spedita, forte del verde del semaforo.
I miei sensi s’acutizzano dinnanzi alla scena, pronti a captare qualsiasi cosa possa far brodo per un eventuale esercizio di scrittura in classe; dagli occhi esterrefatti di Davide, colgo che anche lui sta facendo lo stesso, per trasformare in racconto gli orrori che stanno prendendo forma nella sua testa; Francesco, invece, si perde la scena perché sta giocando con Rudy, il tenero bracco che gironzola sempre giù al palazzo della Scuola a quest’ora… Meno male, o quel parruccone ne avrebbe tirato fuori un’altra storia vincente per il prossimo concorso di Manziana…
Mentre mi perdo in queste riflessioni, frutto della mia sensibilità autoriale, qualcosa mi distrae, tirandomi per la gamba: “Per favore, aiutatemi!”.
Con un calcio respingo la giovane e malconcia sinistrata: “Ehi, non mi disturbare mentre penso! Qui sto a lavorare, so’ scrittore io, che ti credi!?” …
venerdì 22 agosto 2008
Cuori da Pub – L’etica del tradimento secondo Nikki Sixx …
…Cioè, ragazzi, ora posso dirvelo, non immaginerete mai che cazzo di cosa assurda m’è capitata la settimana scorsa quand’eravamo in tour…
Ah, grazie, la birra al cointreau è per me…
Dicevamo?!...Ah, sì, cazzo, era in pratica la notte prima dell’esibizione, quella lì con quei fuckin’ Iron Maiden… Sto lì a letto, che cerco di prendere sonno, nonostante le formiche pippate quella sera insieme alla coca le sentissi ancora lì a zampettarmi e farmi il solletico dentro il naso… Comunque, sono lì quando sento all’improvviso un rumore alla finestra; all’inizio penso di essermelo immaginato, ma dopo qualche secondo, mi rendo conto di non essere più solo nella stanza; così sollevo un po’ la testa per vedere che cazzo succede… E vedo ‘sto puttanone che si avvicina al mio letto mezza nuda: la solita groupie, penso. La lascio fare senza opporre resistenza. In fondo, lei è davvero troppo figa!... Ed io, del resto, troppo fatto.
…Comunque, mi pare ovvio che di dormire, quella notte, non se ne parla per niente… Ma il fatto assurdo è, cazzo, quando il fottutissimo giorno dopo incontriamo quei bamboccetti inglesi dei Maiden e quel baronetto lisciato di “Bruce-Bruce” mi si avvicina e mi presenta la sua fidanzata: ragazzi, voi non ci crederete, ma… Era proprio lei! Il puttanone!
Devo dirvi la verità, quando ho realizzato che gran casino avevo fatto, ci sono anche rimasto un po’ male… Sul serio! …Voglio dire, si tratta comunque di un nostro collega, e lei l’ha trattato in quel modo, come l’ultimo degli sfigati!… Proprio una bella stronza…
Però… Accidenti men, davvero anche una gran bella scopata!!!
Ah, grazie, la birra al cointreau è per me…
Dicevamo?!...Ah, sì, cazzo, era in pratica la notte prima dell’esibizione, quella lì con quei fuckin’ Iron Maiden… Sto lì a letto, che cerco di prendere sonno, nonostante le formiche pippate quella sera insieme alla coca le sentissi ancora lì a zampettarmi e farmi il solletico dentro il naso… Comunque, sono lì quando sento all’improvviso un rumore alla finestra; all’inizio penso di essermelo immaginato, ma dopo qualche secondo, mi rendo conto di non essere più solo nella stanza; così sollevo un po’ la testa per vedere che cazzo succede… E vedo ‘sto puttanone che si avvicina al mio letto mezza nuda: la solita groupie, penso. La lascio fare senza opporre resistenza. In fondo, lei è davvero troppo figa!... Ed io, del resto, troppo fatto.
…Comunque, mi pare ovvio che di dormire, quella notte, non se ne parla per niente… Ma il fatto assurdo è, cazzo, quando il fottutissimo giorno dopo incontriamo quei bamboccetti inglesi dei Maiden e quel baronetto lisciato di “Bruce-Bruce” mi si avvicina e mi presenta la sua fidanzata: ragazzi, voi non ci crederete, ma… Era proprio lei! Il puttanone!
Devo dirvi la verità, quando ho realizzato che gran casino avevo fatto, ci sono anche rimasto un po’ male… Sul serio! …Voglio dire, si tratta comunque di un nostro collega, e lei l’ha trattato in quel modo, come l’ultimo degli sfigati!… Proprio una bella stronza…
Però… Accidenti men, davvero anche una gran bella scopata!!!
Onestamente nottambulando
“Signore e Signori, la Little Island Multimedia Production è lieta di presentarvi…”.
Le cinematograficamente pompose parole riecheggiavano in presa diretta attraverso il microfono della piccola camera digitale, avvezza ad immortalare feste di compleanno e recite scolastiche, più che spericolate e dinamiche sequenze notturne.
L’addetto agli effetti speciali, intanto, continuava a scaldare i suoi strumenti – un ramo di palma secco ed ingiallito, raccolto sul ciglio della strada, ma che fatto roteare a quel modo e battuto a terra con la giusta forza, creava effetti visivo-sonori di un certo impatto, se goduti attraverso il filtraggio dello schermo pixellato e dell’uscita audio della vecchia Nikon COOLPIX L3 – mentre il tecnico del suono intonava la giusta colonna sonora con il suo fischiettare potente, anche se incerto sulle note più alte. Tutti gli altri – lunga fila di credits dalle diciture più assurde ed esoteriche, da “aiuto stagista” ad “analista delle riprese” – orbitavano attorno agli addetti ai lavori, lì sulla sterminata strada adibita a set, elargendo pareri non richiesti, esponendo bruscamente dubbi circa le effettive capacità del cineoperatore, curandosi di mantenere gli esterni lontani da quel luogo di culto e – in sostanza – dando fastidio in qualunque modo giustificasse la loro presenza lì.
Ed infine, c’era lui. Il vero emblema e portabandiera dell’evento. Il protagonista, quello che nei titoli di coda figura come main character. In una parola… La star.
Che in questo caso, doveroso dirlo, fungeva anche da stuntman di se stesso.
Lo stuntman respirava profondamente, ignorando il frastuono della troupe tutt’intorno a lui, mentre con le loro cazzate cercavano di rubargli la scena finché potevano; ovvero, fino a quando lui non avrebbe fatto la sua entrata, ribadendosi come unico ed indiscusso protagonista.
Dopotutto, era lui, solo lui e nessun altro, che al segnale dei suoi tecnici, si sarebbe letteralmente lanciato nell’impresa. Lui e non loro, che rimasti dietro il raggio d’azione del teleobiettivo, non sarebbero stati consacrati alla storia. Era a questo che pensava lo stuntman – mentre ancora respirando profondamente, cercava di farsi coraggio, d’instaurare una mistica e profonda intesa con il bolide che l’avrebbe accompagnato e di trovare una motivazione che gli facesse davvero fare quanto aveva (e si era) promesso stava per fare – quando il segnale arrivò.
E dopo, furono sono lui, il suo mezzo, il vento che gli fendeva il volto e la lunga e tortuosa discesa che, metro dopo metro, gli si parava dinnanzi.
Poco dopo, una dozzina di ragazzi dall’età media che andava dai sedici ai ventitre anni, ridevano mentre, tutti goliardicamente raccolti attorno al troppo piccolo schermo della camera digitale, questa rioffriva loro lo spettacolo appena immortalato. Alle quattro del mattino, sulla piccola isola dove c’era ben poco da fare, se non solo drogarsi o ingegnarsi, quei ragazzi avevano optato per la seconda: il video del loro amico che – a bordo di una bici da bambino rotta, senza pedale e con il sellino pericolosamente impennato – si lanciava lungo la strada ripidamente inclinata alla velocità più folle che il poco nobile mezzo potesse permettere, e con una seconda persona che lo inseguiva cercando di percuoterlo con la palma, sarebbe stato motivo d’ilarità per diverse serate a venire.
Tuttavia, quella serata non fu propriamente perfetta: mentre qualcun altro andava, totalmente ubriaco, a schiantarsi con la moto in un muro, oppure a rischiare d’investire gatti e bambini a bordo di una macchina toppo potente per le incerte mani di chi ha fumato troppa erba, un’inacidita ed inaridita – o forse semplicemente ormai stanca, visti la tarda ora e l’andazzo – signora, si affacciò alla finestra piena di rabbia e non poté fare altro che prendersela con l’entusiasmo di quei ragazzi, di quegli onesti nottambuli, che si trovavano di lì per caso, solo perché avevano fatto la scelta più pulita. Al gruppetto, non restò altro che ritirarsi e – ormai un po’ amareggiati – augurarsi la buona notte (ma considerando l’ora, anche il buongiorno andava bene), dandosi appuntamento alla prossima, per un’altra notte di onesto nottambulare…
Nessuno invece disse mai nulla al bastardo che quella sera, complice qualche bicchierone di vodka, aveva intanto investito il gatto della signora.
Le cinematograficamente pompose parole riecheggiavano in presa diretta attraverso il microfono della piccola camera digitale, avvezza ad immortalare feste di compleanno e recite scolastiche, più che spericolate e dinamiche sequenze notturne.
L’addetto agli effetti speciali, intanto, continuava a scaldare i suoi strumenti – un ramo di palma secco ed ingiallito, raccolto sul ciglio della strada, ma che fatto roteare a quel modo e battuto a terra con la giusta forza, creava effetti visivo-sonori di un certo impatto, se goduti attraverso il filtraggio dello schermo pixellato e dell’uscita audio della vecchia Nikon COOLPIX L3 – mentre il tecnico del suono intonava la giusta colonna sonora con il suo fischiettare potente, anche se incerto sulle note più alte. Tutti gli altri – lunga fila di credits dalle diciture più assurde ed esoteriche, da “aiuto stagista” ad “analista delle riprese” – orbitavano attorno agli addetti ai lavori, lì sulla sterminata strada adibita a set, elargendo pareri non richiesti, esponendo bruscamente dubbi circa le effettive capacità del cineoperatore, curandosi di mantenere gli esterni lontani da quel luogo di culto e – in sostanza – dando fastidio in qualunque modo giustificasse la loro presenza lì.
Ed infine, c’era lui. Il vero emblema e portabandiera dell’evento. Il protagonista, quello che nei titoli di coda figura come main character. In una parola… La star.
Che in questo caso, doveroso dirlo, fungeva anche da stuntman di se stesso.
Lo stuntman respirava profondamente, ignorando il frastuono della troupe tutt’intorno a lui, mentre con le loro cazzate cercavano di rubargli la scena finché potevano; ovvero, fino a quando lui non avrebbe fatto la sua entrata, ribadendosi come unico ed indiscusso protagonista.
Dopotutto, era lui, solo lui e nessun altro, che al segnale dei suoi tecnici, si sarebbe letteralmente lanciato nell’impresa. Lui e non loro, che rimasti dietro il raggio d’azione del teleobiettivo, non sarebbero stati consacrati alla storia. Era a questo che pensava lo stuntman – mentre ancora respirando profondamente, cercava di farsi coraggio, d’instaurare una mistica e profonda intesa con il bolide che l’avrebbe accompagnato e di trovare una motivazione che gli facesse davvero fare quanto aveva (e si era) promesso stava per fare – quando il segnale arrivò.
E dopo, furono sono lui, il suo mezzo, il vento che gli fendeva il volto e la lunga e tortuosa discesa che, metro dopo metro, gli si parava dinnanzi.
Poco dopo, una dozzina di ragazzi dall’età media che andava dai sedici ai ventitre anni, ridevano mentre, tutti goliardicamente raccolti attorno al troppo piccolo schermo della camera digitale, questa rioffriva loro lo spettacolo appena immortalato. Alle quattro del mattino, sulla piccola isola dove c’era ben poco da fare, se non solo drogarsi o ingegnarsi, quei ragazzi avevano optato per la seconda: il video del loro amico che – a bordo di una bici da bambino rotta, senza pedale e con il sellino pericolosamente impennato – si lanciava lungo la strada ripidamente inclinata alla velocità più folle che il poco nobile mezzo potesse permettere, e con una seconda persona che lo inseguiva cercando di percuoterlo con la palma, sarebbe stato motivo d’ilarità per diverse serate a venire.
Tuttavia, quella serata non fu propriamente perfetta: mentre qualcun altro andava, totalmente ubriaco, a schiantarsi con la moto in un muro, oppure a rischiare d’investire gatti e bambini a bordo di una macchina toppo potente per le incerte mani di chi ha fumato troppa erba, un’inacidita ed inaridita – o forse semplicemente ormai stanca, visti la tarda ora e l’andazzo – signora, si affacciò alla finestra piena di rabbia e non poté fare altro che prendersela con l’entusiasmo di quei ragazzi, di quegli onesti nottambuli, che si trovavano di lì per caso, solo perché avevano fatto la scelta più pulita. Al gruppetto, non restò altro che ritirarsi e – ormai un po’ amareggiati – augurarsi la buona notte (ma considerando l’ora, anche il buongiorno andava bene), dandosi appuntamento alla prossima, per un’altra notte di onesto nottambulare…
Nessuno invece disse mai nulla al bastardo che quella sera, complice qualche bicchierone di vodka, aveva intanto investito il gatto della signora.
Cuori da pub – E’ un’Italia troppo reazionaria per il rock e i fumetti…
Mezzanotte. Dopo più di due ore d’attesa, con le birre – o quel che ne rimaneva – che si erano già belle e riscaldate, finalmente arrivarono i panini.
In quella paninoteca casereccia, davanti a due fette di pane leggermente abbrustolite, trasbordanti hamburger, salsiccia, patate, insalata ed ormai indistinguibili formaggi fusi e salse varie, ed una caraffa di rossa, i discorsi vertevano sui soliti argomenti che tali ambienti e tali serate evocano: moto e motori, ragazze e sise, paranormale ed occultismo. Dopo aver elencato i consueti argomenti – i cerchi nel grano, la profezia del 21 dicembre 2012, i miti lovecraftiani, le leggende sul vecchio carcere e gli strani fenomeni di cui Jimmy Page è stato testimone durante la sua permanenza nella dimora scozzese di Aleister Crowley – furono consequenzialmente passati in rassegna i programmi televisivi che si degnassero di occuparsene: “Secondo me, il difetto principale di Voyager è che solleva tanto polverone, ma poi non da mai una risposta precisa, non approda mai ad una soluzione!”. “E’ naturale che sia così, lo scopo principale del programma è di fare spettacolo, di attirare spettatori, ed in questo, Voyager è maestro… Certo, il più delle volte non va a parare da nessuna parte, però io dico dovremmo almeno accontentarci del fatto che si prenda la briga di diffondere certi argomenti al grande pubblico… Noi altri appassionati, tanto, abbiamo i nostri mezzi per approfondire…”. E del resto era così; bastava passar sopra a certe cattive informazioni, come ad esempio che un draghetto di cera e silicone rinchiuso in un barattolo di formaldeide potesse esser spacciato per un esemplare autentico, o che esoterista – come Crowley – fosse automaticamente sinonimo di satanista…
“Per me – riuscì a dire il più giovane della brigata, malgrado il boccone di cotoletta che gli roteava magistralmente in bocca – il programma migliore è Top Secret. Nel senso che… Beh, almeno non ha influenze e risvolti politici… Non siete d’accordo?!...”.Al ragazzo con la barba – quello, se non più ferrato in materia sovrannaturale, senz’altro più appassionato, e con la coda di cavallo… – andò di traverso un sorso di birra, suonandogli la cosa come la più immonda delle cazzate. E avrebbe pensato questo anche se non avesse avuto – e ne aveva! – motivi personali per avercela con il suddetto programma, il quale andava in onda, per l’appunto, proprio sulla rete a diffusione nazionale più nostalgicamente schierata.
Quanto invece alle motivazioni personali, queste risalivano, precisamente, ad una puntata trasmessa proprio qualche giorno prima, circa l’argomento “Angeli e demoni”, durante la quale, venne proposto un confronto tra vicende ultraterrene di natura celestiale – con testimonianze riguardo defunti che, dall’alto dei Cieli, proteggevano e mandavano segni ai propri cari – e, di contro, di natura infernale – con le storie di presunti veggenti e medium in presunto contatto con il mondo degli spiriti e le cronache degli orrori del clan delle Bestie di Satana.Soprassedendo rispettosamente al racconto di Massimo Boldi sulla perdita della moglie, ma il personaggio ci ha oramai abituati a troppi Natali tra tette e culi per potergli riconoscere una qualche eventuale profondità d’animo, l’attenzione del giovane fu tutta rivolta al servizio sulle Bestie, o meglio, al come la trasmissione avrebbe trattato l’argomento. E a ragione.I motivi per preoccuparsi vennero infatti tutti confermati, in quanto – in poco meno di mezz’ora di programmazione – i giornalisti erano riusciti a gettare ai maiali circa un trentennio di musica rock, nonché – e a questo erano bastate ben poche parole – addirittura almeno mezzo secolo di storia e di conquista editoriali del Fumetto. In particolare, si era sostanzialmente insinuato, se non apertamente detto, che le Bestie di Satana erano divenute tali dopo essersi aggregate spinte dalla comune passione per la musica heavy metal, con tanto di brani dei Metallica a far da sottofondo al servizio; ora – a parte il fatto che i Metallica soprattutto, con il satanismo, non ci avranno avuto a che fare più di quanto possa avercene avuto Charles Aznavour – una simile diffamazione, agli occhi del giovane, non faceva che scagliarsi gratuitamente contro quella che nel corso degli ultimi trent’anni, era andata affermandosi da semplice diramazione del rock, a genere musicale studiato, canonizzato e consacrato a tutti gli effetti – certo, anche in quest’ambito, di spostati se ne trovavano, ma erano casi isolati ed evitabili, nonché riscontrabili in qualsiasi altro tipo di genere musicale e quindi, e qui siamo dannatamente critici, classe e ambiente sociale; questo senza contare i danni che una simile e distorta diffusione di idee ed immagini poteva causare nel quotidiano ad una persona come lui: “Satanista!” si era più volte sentito dire alle spalle per la strada, alla stazione della metro, nei corridoi dell’università, e con tutti i reazionari venuti allo scoperto con il nuovo Governo, le cose non potevano che volgere al peggio.Ma il colpo di grazia era venuto dall’antropologo ospite quella sera in studio. Un bel tipo, aveva pensato il giovane appena l’aveva visto: una confezione di giacca e cravatta avvolgeva un ex-sessantottino dai capelli raccolti in una bianca coda di cavallo. Uno da cui aspettarsi un certo grado d’aperture mentale. Per questo, forse, l’infamia era stata ancora peggiore, perché risuonava di tradimento: secondo l’esimio, infatti, le fantasie perverse dei capi delle Bestie, trovavano la loro origine nel “leggiucchiare fumetti, anziché vedere un buon film” o magari, leggere un libro appropriato. Probabilmente tale affermazione altro non era che un malinconico omaggio ai tempi in cui la criminologia si reggeva sulla base dello studio dei crani e dei connotati delle persone, scuola alla quale senz’altro si rifaceva anche l’illustre psichiatra Frederic Wertham, a cui si deve, negli anni 50, la messa in croce della – allora ancora agli albori delle sue potenzialità, perdonali Padre, perché non sapevano… – Nona Arte e quindi, l’istituzione del Comics Code Authority, servizio di bigotta vigilanza che, dopo aver letteralmente marchiato albi oggi considerati come perle, se non addirittura martiri del periodo, dai collezionisti, se sopravvissuto oggi, avrebbe negato al mondo – ed all’industria cinematografica… – diversi capolavori a fumetti (lo sa l’illustre antropologo che molti buoni film sono ispirati alle graphic novel?!). Probabilmente si trattava solo di questo, ma nonostante questo, era una brutta stangata a tutto quanto di buono ci sia stato da allora ed un insulto per tutti quanti, professionisti ed appassionati, orbitino attorno al settore.Insomma, ecco perché alle orecchie del nostro ragazzo, dire che Top Secret non fosse politicamente schierata, quando si era in realtà dimostrata la perfetta incarnazione di quell’Italia ignorante e reazionaria, ancora troppo indietro per accettare tutte quelle che altrove s’erano già da tempo affermate come grandi rivoluzioni e dove essere diverso, o com’è più bello da etichettare, essere alternativo, è da considerare una pecca gravemente condannabile e perseguibile, suonava come la più immonda delle cazzate.
Gli altri due metalhead presenti al tavolo concordarono con tutto ciò, sottoscrivendo che il servizio in questione aveva addirittura causato loro qualche diverbio in famiglia, insinuando nelle menti degli ignari genitori che i propri pargoli, seguaci ed esecutori – chitarrista e bassista, per la precisione – di quella musica, potessero per questo finire con il perpetrare la via del Male…Ma quella sera, il vero Male era uno ed uno solo: ed era tutto lì raccolto ad attendere l’oramai meno allegra combriccola, appena all’infuori della paninoteca…
In quella paninoteca casereccia, davanti a due fette di pane leggermente abbrustolite, trasbordanti hamburger, salsiccia, patate, insalata ed ormai indistinguibili formaggi fusi e salse varie, ed una caraffa di rossa, i discorsi vertevano sui soliti argomenti che tali ambienti e tali serate evocano: moto e motori, ragazze e sise, paranormale ed occultismo. Dopo aver elencato i consueti argomenti – i cerchi nel grano, la profezia del 21 dicembre 2012, i miti lovecraftiani, le leggende sul vecchio carcere e gli strani fenomeni di cui Jimmy Page è stato testimone durante la sua permanenza nella dimora scozzese di Aleister Crowley – furono consequenzialmente passati in rassegna i programmi televisivi che si degnassero di occuparsene: “Secondo me, il difetto principale di Voyager è che solleva tanto polverone, ma poi non da mai una risposta precisa, non approda mai ad una soluzione!”. “E’ naturale che sia così, lo scopo principale del programma è di fare spettacolo, di attirare spettatori, ed in questo, Voyager è maestro… Certo, il più delle volte non va a parare da nessuna parte, però io dico dovremmo almeno accontentarci del fatto che si prenda la briga di diffondere certi argomenti al grande pubblico… Noi altri appassionati, tanto, abbiamo i nostri mezzi per approfondire…”. E del resto era così; bastava passar sopra a certe cattive informazioni, come ad esempio che un draghetto di cera e silicone rinchiuso in un barattolo di formaldeide potesse esser spacciato per un esemplare autentico, o che esoterista – come Crowley – fosse automaticamente sinonimo di satanista…
“Per me – riuscì a dire il più giovane della brigata, malgrado il boccone di cotoletta che gli roteava magistralmente in bocca – il programma migliore è Top Secret. Nel senso che… Beh, almeno non ha influenze e risvolti politici… Non siete d’accordo?!...”.Al ragazzo con la barba – quello, se non più ferrato in materia sovrannaturale, senz’altro più appassionato, e con la coda di cavallo… – andò di traverso un sorso di birra, suonandogli la cosa come la più immonda delle cazzate. E avrebbe pensato questo anche se non avesse avuto – e ne aveva! – motivi personali per avercela con il suddetto programma, il quale andava in onda, per l’appunto, proprio sulla rete a diffusione nazionale più nostalgicamente schierata.
Quanto invece alle motivazioni personali, queste risalivano, precisamente, ad una puntata trasmessa proprio qualche giorno prima, circa l’argomento “Angeli e demoni”, durante la quale, venne proposto un confronto tra vicende ultraterrene di natura celestiale – con testimonianze riguardo defunti che, dall’alto dei Cieli, proteggevano e mandavano segni ai propri cari – e, di contro, di natura infernale – con le storie di presunti veggenti e medium in presunto contatto con il mondo degli spiriti e le cronache degli orrori del clan delle Bestie di Satana.Soprassedendo rispettosamente al racconto di Massimo Boldi sulla perdita della moglie, ma il personaggio ci ha oramai abituati a troppi Natali tra tette e culi per potergli riconoscere una qualche eventuale profondità d’animo, l’attenzione del giovane fu tutta rivolta al servizio sulle Bestie, o meglio, al come la trasmissione avrebbe trattato l’argomento. E a ragione.I motivi per preoccuparsi vennero infatti tutti confermati, in quanto – in poco meno di mezz’ora di programmazione – i giornalisti erano riusciti a gettare ai maiali circa un trentennio di musica rock, nonché – e a questo erano bastate ben poche parole – addirittura almeno mezzo secolo di storia e di conquista editoriali del Fumetto. In particolare, si era sostanzialmente insinuato, se non apertamente detto, che le Bestie di Satana erano divenute tali dopo essersi aggregate spinte dalla comune passione per la musica heavy metal, con tanto di brani dei Metallica a far da sottofondo al servizio; ora – a parte il fatto che i Metallica soprattutto, con il satanismo, non ci avranno avuto a che fare più di quanto possa avercene avuto Charles Aznavour – una simile diffamazione, agli occhi del giovane, non faceva che scagliarsi gratuitamente contro quella che nel corso degli ultimi trent’anni, era andata affermandosi da semplice diramazione del rock, a genere musicale studiato, canonizzato e consacrato a tutti gli effetti – certo, anche in quest’ambito, di spostati se ne trovavano, ma erano casi isolati ed evitabili, nonché riscontrabili in qualsiasi altro tipo di genere musicale e quindi, e qui siamo dannatamente critici, classe e ambiente sociale; questo senza contare i danni che una simile e distorta diffusione di idee ed immagini poteva causare nel quotidiano ad una persona come lui: “Satanista!” si era più volte sentito dire alle spalle per la strada, alla stazione della metro, nei corridoi dell’università, e con tutti i reazionari venuti allo scoperto con il nuovo Governo, le cose non potevano che volgere al peggio.Ma il colpo di grazia era venuto dall’antropologo ospite quella sera in studio. Un bel tipo, aveva pensato il giovane appena l’aveva visto: una confezione di giacca e cravatta avvolgeva un ex-sessantottino dai capelli raccolti in una bianca coda di cavallo. Uno da cui aspettarsi un certo grado d’aperture mentale. Per questo, forse, l’infamia era stata ancora peggiore, perché risuonava di tradimento: secondo l’esimio, infatti, le fantasie perverse dei capi delle Bestie, trovavano la loro origine nel “leggiucchiare fumetti, anziché vedere un buon film” o magari, leggere un libro appropriato. Probabilmente tale affermazione altro non era che un malinconico omaggio ai tempi in cui la criminologia si reggeva sulla base dello studio dei crani e dei connotati delle persone, scuola alla quale senz’altro si rifaceva anche l’illustre psichiatra Frederic Wertham, a cui si deve, negli anni 50, la messa in croce della – allora ancora agli albori delle sue potenzialità, perdonali Padre, perché non sapevano… – Nona Arte e quindi, l’istituzione del Comics Code Authority, servizio di bigotta vigilanza che, dopo aver letteralmente marchiato albi oggi considerati come perle, se non addirittura martiri del periodo, dai collezionisti, se sopravvissuto oggi, avrebbe negato al mondo – ed all’industria cinematografica… – diversi capolavori a fumetti (lo sa l’illustre antropologo che molti buoni film sono ispirati alle graphic novel?!). Probabilmente si trattava solo di questo, ma nonostante questo, era una brutta stangata a tutto quanto di buono ci sia stato da allora ed un insulto per tutti quanti, professionisti ed appassionati, orbitino attorno al settore.Insomma, ecco perché alle orecchie del nostro ragazzo, dire che Top Secret non fosse politicamente schierata, quando si era in realtà dimostrata la perfetta incarnazione di quell’Italia ignorante e reazionaria, ancora troppo indietro per accettare tutte quelle che altrove s’erano già da tempo affermate come grandi rivoluzioni e dove essere diverso, o com’è più bello da etichettare, essere alternativo, è da considerare una pecca gravemente condannabile e perseguibile, suonava come la più immonda delle cazzate.
Gli altri due metalhead presenti al tavolo concordarono con tutto ciò, sottoscrivendo che il servizio in questione aveva addirittura causato loro qualche diverbio in famiglia, insinuando nelle menti degli ignari genitori che i propri pargoli, seguaci ed esecutori – chitarrista e bassista, per la precisione – di quella musica, potessero per questo finire con il perpetrare la via del Male…Ma quella sera, il vero Male era uno ed uno solo: ed era tutto lì raccolto ad attendere l’oramai meno allegra combriccola, appena all’infuori della paninoteca…
martedì 15 luglio 2008
Charming
New Mexico. Forse qualcuno lo ricorderà per via della piccola città di Roswell, patria di uno dei più grandi doni mai elargiti all'umanità. Nossignore, non stiamo parlando di Demi Moore, la quale ivi ebbe i suoi natali, ma del famoso episodio di quando sul suolo di questa cittadina si schiantò quello che il governo americano avrebbe poi confermato essere un "pallone aerostatico", ma che ai più piace ancora considerare come un disco volante lì misteriosamente precipitato, i cui resti - insieme a quelli dei suoi occupanti… – sarebbero ora custoditi nella fantomatica Area 51. Ad ogni modo, pallone o UFO che sia, si tratta di un evento cardine, pregno di fascino, nella storia del paranormale e dell'ufologia, nonché – come già detto – dono per la gioia di ogni sognatore; ma comunque sia, ogni notizia a riguardo è mera speculazione e probabilmente l'unica traccia aliena che mai verrà davvero rinvenuta in New Mexico è da ricercarsi qualche chilometro a sud-est di Roswell, più precisamente ad Alamogordo: nella discarica di questa città è infatti probabilmente ancor oggi possibile ritrovare qualcuna delle cartucce del fallimentare videogioco di E.T. che nell'83 vennero lì smaltite a palate! Per l'Atari, la casa produttrice di tale fiasco, dev'essere stato un colpo decisamente duro - bruciare milioni di dollari in altrettanti milioni di copie di cassettine di silicio rimaste invendute, o peggio, restituite e con malcelata riluttanza rimborsate, solo perché convinti che a puntare sul fascino che il personaggio esercitava in quel periodo, si andasse a colpo sicuro… – un'umiliazione di quelle senza alcuna via di scampo... Qualunque altro sconfitto di ogni tipo, persino un imperatore in esilio, ne sarebbe uscito meno sputtanato: basti per esempio pensare alla buon'anima di Napoleone, che addirittura durante il suo forzato soggiorno sull'Isola d'Elba, anche lì ebbe modo di trovarsi la sua valvola di sfogo, la sua consolazione, grazie all’amorevole supporto della cosiddetta dama Rapallina, la quale diede al sovrano decaduto la possibilità di continuare a professare, anche in un simile contesto di disdetta e di sciagura, la propria versatilità nell’ars amandi… Anche se, a pensarci bene, altro che consolazione, tutto sommato probabilmente è stata proprio quella la volta in cui, il Bonaparte, dev’esserci andato meglio in tutta la sua vita... Voglio dire, ad essere l’amante di un console o di un imperatore – il cui fascino risiede tutto solo nell’essenza stessa della loro carica… – son buone tutte, anzi, viene da chiedersi se il pover’uomo avesse mai conosciuto l’autenticità di un sentimento… Invece, con la dolce Rapallina – che si è tenuta lo sventurato anche quando, o meglio, proprio quando questi attraversava la più grande crisi di sempre e non era niente più di un miserabile decaduto lontano da casa – mi piace credere che colui che non aveva saputo tenersi stretto per più di cento giorni l’amore del suo popolo, fosse finalmente riuscito ad ottenere quello (di valore ancor più inestimabile) della sua donna… Un amore incondizionato. Un amore cieco……O forse l’amore di un cieco. Che a quanto pare, sembrerebbe da considerarsi il bene più prezioso al mondo. Su questo Ray Charles non aveva dubbi: per quanto riguarda la capacità di amare, i non-vedenti – così com’era lui – sono senz’altro avvantaggiati, hanno una marcia in più… La loro sensibilità è acuita, per loro l’Amore è qualcosa di autentico e viscerale, senza la minima possibilità di influenze esterne e suggestioni empiriche: Charles non avrebbe mai notato lo sporco sui vestiti del figlio, o il fango delle sue scarpette, mentre questi gli si sarebbe arrampicato addosso per abbracciarlo, ma avrebbe solo sentito nella sua piccola massa, il peso del suo amore… E poi, signori, chi di noi non ha provato l’annichilente sensazione del fallimento di un amore condizionato? Quante volte abbiamo rifiutato chi ci amava davvero, in quanto consci del fatto che il loro aspetto non era dei migliori e che c’era di meglio in giro; e quante volte, al contrario, ci siamo invece morbosamente aggrappati a chi ci dileggiava e maltrattava, solo perché ormai fisicamente innamorati, del tutto irrimediabilmente prigionieri del loro fascino… Dei loro occhi…
L’esperienza c’insegna: il potere di condizionamento che può esercitare il fascino è un qualcosa dalla portata devastante… Che si tratti di quello di un pezzo di metallo che, schiantatosi nella cittadina americana altrimenti più anonima sulla faccia della Terra (salvando Demi Moore!), è riuscito a catturare l’interesse di milioni di uomini in tutto il mondo, o di quello che le aspettative di un ingente guadagno derivante dallo sfruttamento di un film di successo possono esercitare su una casa produttrice di videogame, o di quello di un uomo di potere su decadute fanciulle dai facili costumi alla volta della loro rivalsa, la distruzione finale sembra essere una meta comune. Per fortuna, per quanto la storia sia ricca di uomini che dell’arte del fascino abbiano fatto la propria condanna, o la loro arma, lo strumento della propria ascesa o distruzione, essa ci parla anche di personaggi super partes, che si sono chiamati fuori da questi schemi così umanamente meschini, che han mangiato la foglia, che sono riusciti a strappare e a vedere oltre il velo della facciata…Se così non fosse, se non si riuscisse a vederla così, tanto varrebbe allora credere sul serio che un simbolo d’umiltà come Gandhi abbia davvero ceduto al fascino di uno showman quale Yogananda…!
L’esperienza c’insegna: il potere di condizionamento che può esercitare il fascino è un qualcosa dalla portata devastante… Che si tratti di quello di un pezzo di metallo che, schiantatosi nella cittadina americana altrimenti più anonima sulla faccia della Terra (salvando Demi Moore!), è riuscito a catturare l’interesse di milioni di uomini in tutto il mondo, o di quello che le aspettative di un ingente guadagno derivante dallo sfruttamento di un film di successo possono esercitare su una casa produttrice di videogame, o di quello di un uomo di potere su decadute fanciulle dai facili costumi alla volta della loro rivalsa, la distruzione finale sembra essere una meta comune. Per fortuna, per quanto la storia sia ricca di uomini che dell’arte del fascino abbiano fatto la propria condanna, o la loro arma, lo strumento della propria ascesa o distruzione, essa ci parla anche di personaggi super partes, che si sono chiamati fuori da questi schemi così umanamente meschini, che han mangiato la foglia, che sono riusciti a strappare e a vedere oltre il velo della facciata…Se così non fosse, se non si riuscisse a vederla così, tanto varrebbe allora credere sul serio che un simbolo d’umiltà come Gandhi abbia davvero ceduto al fascino di uno showman quale Yogananda…!
Radici sul mare
Vederla ridotta così faceva uno strano effetto, tra lo squallido e il sacro. Perché se n’era andato?!
Non che fosse effettivamente tanto devastata o ridotta a un rudere, ma mostrava evidentemente tutti i segni dell’abbandono: l’abbandono non solo di una vecchia casa, la “vecchia casa al mare”, ma di un intero periodo e modo di vita. Da un lato c’era il rimpianto, la nostalgia per qualcosa lasciato andare, ma che magari sarebbe andato via comunque da sé; d’altra parte sembrava che non se ne fosse davvero andato, ma che fosse rimasto lì in quella casa, tra quelle mura che le avevano fatto da tempio. Perché se n’era andato?!
E quando la vecchia chiave arrugginita fece, un po’ a fatica, scattare la serratura da troppo rimasta inviolata, lasciando spalancare la cigolante porta, lentamente quel tempio vomitò tutti i ricordi e le emozioni che vi erano costipate; l’odore della salsedine - forte e pungente com’era sempre stato – lo pervase e copriva gli altri odori, di chiuso e di muffa, che avrebbero dominato in qualsiasi altra casa lasciata in quello stato. Perché diavolo se n’era andato?!
Quel rozzo e disincantato motociclista rivide di colpo un più giovane e sognante se stesso sdraiato sul suo antico letto con lo sguardo rivolto alla finestra, ad immaginare tutti quei luoghi che in seguito avrebbe visto; rivide i suoi amici delle varie età aggirarsi tra le stanze; li vide posare pupazzi e costruzioni ed iniziare ad armeggiare con chitarre più grandi di loro; vide la bicicletta su cui aveva imparato a viaggiare; la vide svanire nel boato di un’ Harley; ricordò i pomeriggi in compagnia delle videocassette di Walt Disney: incredibile come alla vista del cattivo di turno, riuscisse tanto agilmente a nascondersi sotto quel tavolo ora così piccolo!Si avviò verso la terrazza e sentì il rumore del mare provenire dalla spiaggia di sotto: buffo come quello che ora, dopo aver udito l’urlo dell’Oceano, gli sembrava solo un bisbiglio, un tempo fosse stato tutto il suo mondo; disegni e frasi infantili sbucavano dalle inumidite pagine dei diari e, inquietantemente, alcuni gli parve avessero più anima di quanto avrebbe poi pubblicato da grande.
Un ultimo pensiero: quanti amori erano passati tra quelle mura! Lo scambio di un fiore, l’attesa di un messaggio, lo strazio dell’abbandono, la passione più sfrenata, il senso della delusione…
Ma dell’amore vero non c’era traccia. Di colpo ricordò perché se n’era andato.
Quella casa non recava ricordo della sua prima pubblicazione. E del successo che venne poi. Ecco perché.
Per ottenere quelle cose, per coronare i sogni nati tra quelle pareti, aveva tuttavia dovuto incamminarsi e andare a cercarle altrove. Ora che le aveva trovate, tornava in Harley ad omaggiare quel vecchio mausoleo al tempo che fu.
E’ vero. Si sentiva tradito, perché in quel luogo aveva riposto tutto se stesso e tutta la sua fiducia e si era accorto tardi che aveva invece ben poco da offrire e che l’aveva ingannato. Ma non aveva potuto evitare di tornarvi.
Dopo tanto tempo, dall’alto dell’enorme pianta che era diventato, aveva finalmente trovato il coraggio di chinarsi a contemplare per un attimo le radici che avevano dato il via al tutto…
Non che fosse effettivamente tanto devastata o ridotta a un rudere, ma mostrava evidentemente tutti i segni dell’abbandono: l’abbandono non solo di una vecchia casa, la “vecchia casa al mare”, ma di un intero periodo e modo di vita. Da un lato c’era il rimpianto, la nostalgia per qualcosa lasciato andare, ma che magari sarebbe andato via comunque da sé; d’altra parte sembrava che non se ne fosse davvero andato, ma che fosse rimasto lì in quella casa, tra quelle mura che le avevano fatto da tempio. Perché se n’era andato?!
E quando la vecchia chiave arrugginita fece, un po’ a fatica, scattare la serratura da troppo rimasta inviolata, lasciando spalancare la cigolante porta, lentamente quel tempio vomitò tutti i ricordi e le emozioni che vi erano costipate; l’odore della salsedine - forte e pungente com’era sempre stato – lo pervase e copriva gli altri odori, di chiuso e di muffa, che avrebbero dominato in qualsiasi altra casa lasciata in quello stato. Perché diavolo se n’era andato?!
Quel rozzo e disincantato motociclista rivide di colpo un più giovane e sognante se stesso sdraiato sul suo antico letto con lo sguardo rivolto alla finestra, ad immaginare tutti quei luoghi che in seguito avrebbe visto; rivide i suoi amici delle varie età aggirarsi tra le stanze; li vide posare pupazzi e costruzioni ed iniziare ad armeggiare con chitarre più grandi di loro; vide la bicicletta su cui aveva imparato a viaggiare; la vide svanire nel boato di un’ Harley; ricordò i pomeriggi in compagnia delle videocassette di Walt Disney: incredibile come alla vista del cattivo di turno, riuscisse tanto agilmente a nascondersi sotto quel tavolo ora così piccolo!Si avviò verso la terrazza e sentì il rumore del mare provenire dalla spiaggia di sotto: buffo come quello che ora, dopo aver udito l’urlo dell’Oceano, gli sembrava solo un bisbiglio, un tempo fosse stato tutto il suo mondo; disegni e frasi infantili sbucavano dalle inumidite pagine dei diari e, inquietantemente, alcuni gli parve avessero più anima di quanto avrebbe poi pubblicato da grande.
Un ultimo pensiero: quanti amori erano passati tra quelle mura! Lo scambio di un fiore, l’attesa di un messaggio, lo strazio dell’abbandono, la passione più sfrenata, il senso della delusione…
Ma dell’amore vero non c’era traccia. Di colpo ricordò perché se n’era andato.
Quella casa non recava ricordo della sua prima pubblicazione. E del successo che venne poi. Ecco perché.
Per ottenere quelle cose, per coronare i sogni nati tra quelle pareti, aveva tuttavia dovuto incamminarsi e andare a cercarle altrove. Ora che le aveva trovate, tornava in Harley ad omaggiare quel vecchio mausoleo al tempo che fu.
E’ vero. Si sentiva tradito, perché in quel luogo aveva riposto tutto se stesso e tutta la sua fiducia e si era accorto tardi che aveva invece ben poco da offrire e che l’aveva ingannato. Ma non aveva potuto evitare di tornarvi.
Dopo tanto tempo, dall’alto dell’enorme pianta che era diventato, aveva finalmente trovato il coraggio di chinarsi a contemplare per un attimo le radici che avevano dato il via al tutto…
venerdì 4 luglio 2008
Via Casa Rotta
Ogni giorno, per tutti questi anni, lo stesso tratto di strada. Ormai non dovrebbe farmi più alcun effetto, eppure ancora oggi, tutte le volte – nel mio continuo andirivieni – che passo per di lì, sono emozionanti come la prima… Anche se in modo diverso: il fascino per quel luogo sconosciuto, che più tardi avrei imparato a chiamare casa, è stato poi, al contrario, sostituito dall’evocatività di un continuo flusso di ricordi: ogni pietra, ogni filo d’erba, ogni muro di quella strada è stato testimone di qualcosa; e questo l’ha reso degno di una certa intimità e familiarità.A cominciare da ciascun gradino. Infatti, è già quando sto semplicemente scendendo le scale di casa, che i primi ricordi mi saltano addosso: ricordi di quanti – amici, parenti, cani ed un gatto – negli anni sono anch’essi passati per quelle scale; scalini come quelli di una volta, ciascuno alto come due di qualunque altro condominio; ricordo quante volte, all’inizio, ho temuto di non farcela, aggrappato alla ringhiera per paura di cadere; e quante volte poi – una volta tanto agile ed abituato da farli a due a due! – avrei invece dovuto esser io a tranquillizzare qualcun altro che neanche lui sarebbe caduto…Portandomi con un balzo dall’ultimo gradino alla terrazza, il carosello prosegue. Davanti a me, due figure mitologiche della mia vita: una mountain bike in ottimo stato – la precedente me l’ha portata via il peso di una gru… – ed una carcassa di motorino; buffo pensare come quella bici scintillante rappresenti in realtà solo un vecchio passo delle mia vita, mentre invece il nobile destriero con cui abitualmente mi muovo, sia quel vecchio scooter giallo e sferragliante, che alla fine di ogni giro mi costringe ad accertarmi che tutti i pezzi – quelli essenziali, almeno – siano ancora al loro posto.La mano, o meglio, il piede del padrone fa il suo lavoro: con un ritmo soltanto a me noto, inizio a prendere a calci il pedale di avvio, come un batterista che dia alla band il tempo per il prossimo pezzo. One…Two… One, two, three, four... Il motorino mi risponde, attaccando con il suo gassoso assolo. Il cortile si riempie di una coltre nera, dalla quale lo scooter ed io insceniamo un’uscita alla Lorenzo Lamas quando sbuca fuori dalla nebbia all’inizio della sigla di Renegade.Pochi metri e sono alla discesina – anch’essa in effetti, una chimera alquanto mitologica… – che immette alla strada: mentre, sfruttando il peso del mezzo, mi ci lascio scivolare sopra, penso infatti che anche quello, del resto, è un luogo pregno di ricordi. Ricordi dolorosi……Ricordi di quando quel dannato scivolo – sempre dissestato, accidenti a lui! – mi costò una bella distorsione alla caviglia, proprio il primo giorno sufficientemente caldo da farmi smettere i miei fidi – e protettivi – stivali, in favore di un paio di Nike ben più fresche, ma anche così dannatamente leggere, così sottili, da non riuscirci più a camminare!Ricordi di quando invece tentai di affrontarlo in salita con la mia bici e quella bastarda mi si bloccò proprio a metà, facendomi cadere sotto il peso di un’involontaria impennata.Ricordi di quando, in cima ad esso, i miei amici videro un minaccioso cane che li puntava: se solo mi avessero lasciato spiegare che quel cane lo conoscevo e che era tutto a posto, invece di lanciarsi in una matta corsa che gli valse solo di venire effettivamente inseguiti…!Ricordi che ad evocarli tutti, il tempo di percorrerla, quella discesina, non basta; ed infatti, eccomi già in strada, di fronte al muro di casa dell’amico Gianni. Chissà se porta ancora addosso i segni di quella volta che – ancora poco pratico – mi ci schiantai contro con la bici…
…Contro il muro, non contro Gianni!
Per fortuna quei tempi pericolosi – per chi mi stava intorno – in cui andare sulle due ruote era per me ancora un’avventura nuova e misteriosa, erano finiti. Proprio lì, in quegli stessi e pochi metri di strada in cui erano iniziati… A questo penso ogni volta che passo di fronte ad una macchina – da sempre, perennemente parcheggiata lì – malconcia già da prima di divenire, in passato, la vittima prediletta della mia inesperienza ciclistica.
…Ogni giorno, per tutti questi anni, lo stesso tratto di strada. Ormai non dovrebbe farmi più alcun effetto… Eppure qualche volta, ancora succede qualcosa di nuovo, mentre io scopro un’altrettanto nuova – ma non per questo, per forza piacevole… – sensazione: come se su di un intenso mosaico, della cui immutabilità credevo di essere totalmente certo ed alla quale ero abituato, fosse venuto meno un tassello, un dettaglio piccolo, ma la cui stonatura risalta subito al mio occhio assuefatto alla perfezione. Oggi, passando sotto quella finestra, la vedo per la prima volta chiusa, e per la prima volta, passandoci sotto, non rallento, perché non vi è nessuno affacciato da salutare.Al suo funerale, sentivo sì, che qualcosa di triste era successo, ma l’esistenza su questa Terra, si sa, segue i suoi cicli ed io non credevo che la morte di un vecchietto di paese potesse aver troppa presa sulla mia giovane vita di vacanziero dalla città, isolano dell’estate e dei fine settimana.E’ stato invece solo quando sono passato sotto quella finestra chiusa che mi sono reso conto dell’effettiva perdita e ho messo a fuoco che, nonostante la serenità poi ritrovata, quella via non sarebbe stata più la stessa. Come se fosse rimasta orfana del suo Santo patrono, del suo protettore; di nuovo, una figura mitologica, che – metà uomo e metà finestra… – dall’alto del suo regno vegliava sulle vite di noi passanti, rivolgendoci un sorriso, un saluto, una previsione del tempo – pregna di quella tipica consapevolezza, saggezza di paese, dettata da un’esperienza che sa di mare o di montagna… – e, quando riusciva a leggere dentro di noi i nostri malesseri, magari anche prima che fossero chiari a noi stessi, la giusta parola di conforto.Ma ora basta, la mia giovane mente s’è soffermata anche troppo su questo genere di pensieri e poi, devo concentrarmi sulla guida del “bolide”. Lo Scarabeo giallo richiama la mia attenzione con un CLANG che parte dal cavalletto ed io mi rendo conto che la strada è quasi finita e che presto dovrò svoltare. Metto la freccia – anche se sto solo io e so che non serve, ma preferisco tenerla come buon’abitudine… – e controllo che da sinistra non salga nessuno. Ancora una volta, ma con una nuova emozione nel cuore, esco con una manovra trita e consumata da quella via dal nome strano – che suona come qualcosa del tipo “Casa”… “CasaRotta”… Riferendosi, qualcuno mi ha detto, alla fatiscente abitazione di una strega che viveva lì… – ma che io ormai, chiamo semplicemente casa…
…Contro il muro, non contro Gianni!
Per fortuna quei tempi pericolosi – per chi mi stava intorno – in cui andare sulle due ruote era per me ancora un’avventura nuova e misteriosa, erano finiti. Proprio lì, in quegli stessi e pochi metri di strada in cui erano iniziati… A questo penso ogni volta che passo di fronte ad una macchina – da sempre, perennemente parcheggiata lì – malconcia già da prima di divenire, in passato, la vittima prediletta della mia inesperienza ciclistica.
…Ogni giorno, per tutti questi anni, lo stesso tratto di strada. Ormai non dovrebbe farmi più alcun effetto… Eppure qualche volta, ancora succede qualcosa di nuovo, mentre io scopro un’altrettanto nuova – ma non per questo, per forza piacevole… – sensazione: come se su di un intenso mosaico, della cui immutabilità credevo di essere totalmente certo ed alla quale ero abituato, fosse venuto meno un tassello, un dettaglio piccolo, ma la cui stonatura risalta subito al mio occhio assuefatto alla perfezione. Oggi, passando sotto quella finestra, la vedo per la prima volta chiusa, e per la prima volta, passandoci sotto, non rallento, perché non vi è nessuno affacciato da salutare.Al suo funerale, sentivo sì, che qualcosa di triste era successo, ma l’esistenza su questa Terra, si sa, segue i suoi cicli ed io non credevo che la morte di un vecchietto di paese potesse aver troppa presa sulla mia giovane vita di vacanziero dalla città, isolano dell’estate e dei fine settimana.E’ stato invece solo quando sono passato sotto quella finestra chiusa che mi sono reso conto dell’effettiva perdita e ho messo a fuoco che, nonostante la serenità poi ritrovata, quella via non sarebbe stata più la stessa. Come se fosse rimasta orfana del suo Santo patrono, del suo protettore; di nuovo, una figura mitologica, che – metà uomo e metà finestra… – dall’alto del suo regno vegliava sulle vite di noi passanti, rivolgendoci un sorriso, un saluto, una previsione del tempo – pregna di quella tipica consapevolezza, saggezza di paese, dettata da un’esperienza che sa di mare o di montagna… – e, quando riusciva a leggere dentro di noi i nostri malesseri, magari anche prima che fossero chiari a noi stessi, la giusta parola di conforto.Ma ora basta, la mia giovane mente s’è soffermata anche troppo su questo genere di pensieri e poi, devo concentrarmi sulla guida del “bolide”. Lo Scarabeo giallo richiama la mia attenzione con un CLANG che parte dal cavalletto ed io mi rendo conto che la strada è quasi finita e che presto dovrò svoltare. Metto la freccia – anche se sto solo io e so che non serve, ma preferisco tenerla come buon’abitudine… – e controllo che da sinistra non salga nessuno. Ancora una volta, ma con una nuova emozione nel cuore, esco con una manovra trita e consumata da quella via dal nome strano – che suona come qualcosa del tipo “Casa”… “CasaRotta”… Riferendosi, qualcuno mi ha detto, alla fatiscente abitazione di una strega che viveva lì… – ma che io ormai, chiamo semplicemente casa…
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