Ronnie era solo un ragazzetto di dieci anni, quando la linea del suo destino venne tracciata per sempre.
Curtis invece, era all’epoca un uomo già fatto e finito. Eppure si sarebbe potuto tranquillamente affermare che a nulla fossero valsi i suoi sessant’anni trascorsi vagabondando sulla Terra, se non a fare in modo che la sua vita si intrecciasse, lì ed allora, con quella di Ronnie.
Se non fosse stato per Curtis, infatti, il giovane si sarebbe senz’altro dedicato a tutt’altre attività, ben più consone ad uno spensierato sudista della sua età – quali andare a caccia di lucertole, masticare fili d’erba completamente immerso nel rossore del tramonto e con le spalle comodamente appoggiate contro la corteccia di un albero, oppure semplicemente correre per gli sconfinati campi dell’Alabama, la sua dolce casa... – anziché darsi tanto da fare, svegliandosi addirittura prima del canto mattutino del gallo, vendendo bottigliette di soda od improvvisando qualunque altro lavoretto, per racimolare un po’ di grana...
Se non fosse stato per Curtis, infatti, forse la vita di Ronnie oggi sarebbe stata diversa. O perlomeno, magari, ne avrebbe ancora una...
Non era difficile riconoscere Curtis lungo le strade del paese: il tipico viandante, dalla pelle coriacea e nera e dai capelli crespi e bianchi, entrambi tipici di chi la vita gli ha fatto il mazzo; tanto che oramai non fa nemmeno più male e si può perfino ricambiare con un sorriso. O con una canzone. Inseparabile compagno di Curtis, infatti, era il suo vecchio dobro. Quello, ed un immancabile fiaschetto di vino. Ecco tutto ciò di cui aveva bisogno per poter far sfoggio della sua arte. Ed ecco svelata la sua preziosa mercanzia, per poter acquistare la quale, Ronnie si dava sempre così tanto da fare...
In effetti, non era poi così complesso il rituale per poter ogni volta accedere a quella magia: bastavano un po’di soldi da bere e, subito, Curtis tirava su il suo dobro, lo piazzava ben fermo sulle ginocchia, ed al primo pizzicar di corde, Ronnie riusciva d’incanto a vedere in quell’uomo ciò che tutti gli altri semplicemente non potevano... Ma del resto, si sa... La gente è sempre troppo sciocca...
...Troppo persino per poter arrivare ad accorgersi che quel vecchio ubriacone lì davanti a loro... Quel vecchio ed indiscutibilmente inutile vagabondo... Non fosse in realtà altro che il miglior bluesman di sempre...
(Ma Ronnie, questo, lo vedeva – e soprattutto, lo ascoltava! – perfettamente; fu a causa di ciò che la sua sensibilità... E la sua vita... Possiamo oggi dire con quasi assoluta certezza che furono segnate da quel suo incontro... Con Curtis Loew...).
Quando alla fine per il vecchio Curtis giunse l’ora di andare, e di abbandonare dobro e fiaschetto, dicono che nessuno si fosse presentato a pregare per lui nel giorno del suo funerale... Ma del resto, come avrebbe potuto essere altrimenti? Quell’uomo aveva consacrato alla Musica la sua intera, stessa vita... E quindi, al momento della propria morte, che altro mai avrebbe potuto avere da perdere... ...Se non solo il suo caro, vecchio blues?!...
Vent’anni dopo, per Ronnie ed i suoi compari, le cose non sarebbero state troppo differenti: certo, al loro funerale ci sarebbe stata molta più gente in lacrime, e dei giovani trucidati in un disastro aereo fanno senz’altro più clamore rispetto alla morte di un vecchio vagabondo nero del Sud; tuttavia le circostanze, o chi per loro, vollero comunque che l’insegnamento e l’impronta che quell’uomo lasciò nel giovane – in quel breve periodo in cui le note delle loro vite suonarono all’unisono... Allo stesso ritmo... – unissero i due nello stesso Fato: un’intera vita consacrata alla Musica; null’altro da lasciare, se non il capolavoro del loro blues...
Tribute to Lynyrd Skynyrd
sabato 29 novembre 2008
venerdì 31 ottobre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
Stanchezza cronica
La notte. Per alcuni, l’inizio di una seconda vita, quella vera, all’insegna degli eccessi e delle trasgressioni.
Per molti altri, semplicemente la fine di un’estenuante giornata, la vita ordinaria, quella onesta e quotidiana che ti nobilita e ti prosciuga. Una breve pausa dal fatale ciclo, in attesa di ricominciare.
Ma da un po’ di tempo, per lui, la notte era diventata qualcosa di diametralmente opposto: altro che ricominciare, ogni volta alla fine del ciclo, quando infine andava a dormire, ormai il suo ultimo pensiero era solo quello di potersi non risvegliare l’indomani mattina.
Non si trattava di una forte depressione, dovuta a chissà quale smacco della sorte, e nemmeno si potesse dire avesse già noia della vita. Era semplicemente stanco. Di una stanchezza ormai cronica, una sorta di regolare indolenza che andava trascinandosi dalle prime ore del risveglio, per tutte quelle poi a venire. E allora, di fronte a ciò, perché non – semplicemente – dormire?...
Del resto, che altre fare quando si è così profondamente stanchi?
Tanto da non avere più nemmeno le forze con cui riuscire ad affrontare le fatiche e le battaglie di sempre, per via di quell’intimo timore, quella fondamentale consapevolezza, che tanto sarà tutto inutile.
Così tanto, da non riuscire ad assaporare per davvero neppure le più piccole e le più grandi gioie, diffidandone per via di quell’intimo timore, quella fondamentale consapevolezza, che tanto sarà tutto futile.
Probabilmente è la stessa fugacità della nostra natura ad evidenziare l’ironica inutilità di tutto questo arrabattarci, tutto questo darci da fare – nel bene e nel male – secondo parametri da noi stessi costruiti, per un così breve periodo che invece non sappiamo nemmeno perché ci sia stato davvero concesso. Un tempo, per lui, questi dubbi erano assopiti dalla curiosità: un’innata curiosità e provvidenziale fiducia per tutto quanto in – misterioso – programma per l’avvenire; ma la consapevolezza, quand’anche ancora semplicemente un tarlo, una volta lì, non può essere ignorata per sempre: ed ecco che angoscia ed inquietudine presero il sopravvento. E a che serviva più, ormai, continuare il ciclo, una volta che se n’erano capito l’artificioso trucco e minate le fondamenta?
Di accelerarne la chiusura, di decidere lui il finale, però, ad ogni modo non se ne parlava, e comunque la si rigirasse, questo era dovuto alla paura: se l’avesse fatto, si sarebbe comportato da vigliacco, perché avrebbe dimostrato di non aver avuto il coraggio di arrivare fino in fondo, di sfruttare a pieno, quel – seppur misterioso – periodo concessogli; ma se anche al contrario non l’avesse fatto, state pur certi che non sarebbe stato per coraggio ed eroismo, ma perché comunque un vigliacco, che malgrado tutti i dubbi e le angosce per l’ora, ne nutriva in realtà di ben più gravi per il dopo…
Fuori dal fittizio circolo vizioso dell’esistenza umana, solo per ritrovarsi invischiato in quello tortuosamente reale della sua mente. E allora, di nuovo, perché di fronte a ciò, non – semplicemente – dormire?...
Dormire. Come un’Antica ed intrinseca divinità che aveva mangiato la foglia e che s’era ribellata all’inganno; come qualcuno che, sì, finalmente ora dormiva, ma di un dormire che non è sonno, ma è morte; ma una morte che per fortuna non è eterna, ma ch’è semplicemente attesa. Attesa per prendersi il giusto tempo per poter capire; attesa di tempi migliori: quando le stelle brilleranno di una luce rinnovata, illuminando le cose sotto una nuova prospettiva, che permetterà finalmente di capire che…
Per molti altri, semplicemente la fine di un’estenuante giornata, la vita ordinaria, quella onesta e quotidiana che ti nobilita e ti prosciuga. Una breve pausa dal fatale ciclo, in attesa di ricominciare.
Ma da un po’ di tempo, per lui, la notte era diventata qualcosa di diametralmente opposto: altro che ricominciare, ogni volta alla fine del ciclo, quando infine andava a dormire, ormai il suo ultimo pensiero era solo quello di potersi non risvegliare l’indomani mattina.
Non si trattava di una forte depressione, dovuta a chissà quale smacco della sorte, e nemmeno si potesse dire avesse già noia della vita. Era semplicemente stanco. Di una stanchezza ormai cronica, una sorta di regolare indolenza che andava trascinandosi dalle prime ore del risveglio, per tutte quelle poi a venire. E allora, di fronte a ciò, perché non – semplicemente – dormire?...
Del resto, che altre fare quando si è così profondamente stanchi?
Tanto da non avere più nemmeno le forze con cui riuscire ad affrontare le fatiche e le battaglie di sempre, per via di quell’intimo timore, quella fondamentale consapevolezza, che tanto sarà tutto inutile.
Così tanto, da non riuscire ad assaporare per davvero neppure le più piccole e le più grandi gioie, diffidandone per via di quell’intimo timore, quella fondamentale consapevolezza, che tanto sarà tutto futile.
Probabilmente è la stessa fugacità della nostra natura ad evidenziare l’ironica inutilità di tutto questo arrabattarci, tutto questo darci da fare – nel bene e nel male – secondo parametri da noi stessi costruiti, per un così breve periodo che invece non sappiamo nemmeno perché ci sia stato davvero concesso. Un tempo, per lui, questi dubbi erano assopiti dalla curiosità: un’innata curiosità e provvidenziale fiducia per tutto quanto in – misterioso – programma per l’avvenire; ma la consapevolezza, quand’anche ancora semplicemente un tarlo, una volta lì, non può essere ignorata per sempre: ed ecco che angoscia ed inquietudine presero il sopravvento. E a che serviva più, ormai, continuare il ciclo, una volta che se n’erano capito l’artificioso trucco e minate le fondamenta?
Di accelerarne la chiusura, di decidere lui il finale, però, ad ogni modo non se ne parlava, e comunque la si rigirasse, questo era dovuto alla paura: se l’avesse fatto, si sarebbe comportato da vigliacco, perché avrebbe dimostrato di non aver avuto il coraggio di arrivare fino in fondo, di sfruttare a pieno, quel – seppur misterioso – periodo concessogli; ma se anche al contrario non l’avesse fatto, state pur certi che non sarebbe stato per coraggio ed eroismo, ma perché comunque un vigliacco, che malgrado tutti i dubbi e le angosce per l’ora, ne nutriva in realtà di ben più gravi per il dopo…
Fuori dal fittizio circolo vizioso dell’esistenza umana, solo per ritrovarsi invischiato in quello tortuosamente reale della sua mente. E allora, di nuovo, perché di fronte a ciò, non – semplicemente – dormire?...
Dormire. Come un’Antica ed intrinseca divinità che aveva mangiato la foglia e che s’era ribellata all’inganno; come qualcuno che, sì, finalmente ora dormiva, ma di un dormire che non è sonno, ma è morte; ma una morte che per fortuna non è eterna, ma ch’è semplicemente attesa. Attesa per prendersi il giusto tempo per poter capire; attesa di tempi migliori: quando le stelle brilleranno di una luce rinnovata, illuminando le cose sotto una nuova prospettiva, che permetterà finalmente di capire che…
Etichette
…Un tempo era molto più facile far distinzioni tra bene e male…
C’erano semplicemente il buono ed il malvagio. Il principe e l’orco. Il bravo ragazzo e quello cattivo, santo e brigante… Ma poi, al brigante, s’affiancò il ben più goliardico ragazzaccio: il tipico perditempo, quello “poco raccomandabile”, ma che in fondo non è criminale, solo un po’ ribelle… Ma quindi ovviamente, scomodo… Per quel che mi riguarda, l’unica scomodità deriva dal fatto che, da allora, un concetto inequivocabile come la ribellione, si sia servito di un po’ troppe maschere per potersi esprimere…
Negli anni ’50, la ribellione fece capolino nelle case delle docili famiglie americane, mascherata da un Re dai costumi eccentrici ed i movimenti conturbanti, che attraverso radio e televisioni andava diffondendo nuove sonorità di derivazione blues, una musica così dura e poco perbene rispetto a quanto udito fino ad allora… Le ragazze però, andavano letteralmente pazze di quel cane da caccia…
Dieci anni più tardi, la ribellione attraversò l’oceano per rifarsi viva nei panni lindi e le pettinature ordinate di quattro britannici scarafaggi: ancora una volta, la chitarra dimostrò quante nuove cose poteva fare con i suoi gentili lamenti…
Fu infine muovendosi al ritmo del battito di piccole ali che la ribellione assunse toni mondiali: fiori, pace, amore ed acidi. Fu probabilmente dopo di ciò, che le cose iniziarono a complicarsi…
Il rocker solca l’America da costa a costa sulla sua Electra glide fiammante; vorrebbe essere un uccello libero, ma da quanto si può sentire dall’enorme autoradio che trionfa sul manubrio, si evince che intanto sogna solo la sua dolce casa, l’Alabama…
Il punk proclama l’Anarchia nel Regno Unito, ma la cosa non vale per la sua impeccabile cresta sempre in ordine; nel frattempo si lancia occhiate d’odio col suo rivale di sempre.
Il metalhead ricambia l’occhiataccia, ma è ovvio che in realtà vorrebbe solo scolarsi la sua birra in santa pace: infrangere la legge, per lui, è solo un sogno in un cassetto, ha già troppe preoccupazioni così, per via di quel suo frivolo cugino che gli rovina la piazza.
Il glamster vanta tendenze autodistruttive e sniffa tutto quanto a misura di narice, dallo zucchero del pandoro alle formiche; urla al Demonio, perché l’Angelo Caduto è il santo patrono degli eccessi e del divertimento, moderno Bacco, simbolo d’edonismo...
Ed intanto i capelloni di tutti i fronti si beccano fior di accuse di satanismo.
L’alternativo disapprova tutto ciò: la rivoluzione contro il potere va condotta aborrendo questi deplorevoli eccessi, ma distintamente impacchettati con giacchetta logora, codino ben raccolto e sciarpino per darsi con roba proletaria ed inconsueta un tono tuttavia composto, mente parla con fare intellettualoide di nichilismo e di tetraidrocannabinoli; che è un modo molto più impegnato per dire che in realtà si scassa di canne, mentre è cullato da note psichedeliche: insomma, solo un’altra crepa nel muro.
I rastafari in Italia vengono definiti punkabbestia, termine che col tempo è giunto a rappresentare la totalità di quanto definibile come alternativa sociale: nel punkabbestia troverai di tutto, dall’immancabile capello arruffato, che sia il ben definito rasta o una semplice crosta di sporcizia spacciato per tale, alle mille variabili di orecchini, piercing od extension; dai sandaletti forieri di un’aria tutta trasandata, alla maglietta dei Tool… Insomma, una vera e propria promiscuità di elementi trasgressivi, ben amalgamati – finanche “rappresi” – tra loro, se si tiene conto delle dicerie sulle scarse tendenze igieniche dei suddetti… E nossignore, quell’aroma dolciastro che emanano non è bagnoschiuma: vorrebbero alzarsi per i loro diritti, ma la verità è che sono troppo fatti e non ne hanno la forza…
Ma ad ogni modo, il vero trionfo della controcultura contemporanea, è l’emo!
Dove “emo” – mi dicono – stia per “emo-tional”. Coerente, per un gruppo di ragazzini depressi ed emaciati che proclamano lo svenamento come unica evasione dallo schifo che li circonda. Jack Skellington è il loro idolo: quando l’ha saputo, l’ossuto personaggio ha pianto lacrime amare per il rimpianto di non avere vene da potersi tagliare. Il problema di questi tizi è che non hanno capito che non si può correre attraverso il Monsone se si ha un’emorragia in corso. E pensare che i loro ispiratori erano persone così serie…
Difficile in effetti pensare a qualcuno di più serio del dark – il quale pare abbia rischiato l’attacco cardiaco una volta messo al corrente del sopracitato accostamento; ma d’altra parte, ognuno è libero di fare ciò che gli pare e, a lui, la cosa non lo sfiora per niente. Non a caso, la ribellione ha sempre preferito condurla per conto suo, senza mai spingerla all’infuori del proprio animo contorto, lontano dalle incomprensioni ed i giudizi di chi non è degno di capire: sempre meglio bruciare dall’interno.
Infine, il vero ribelle dei sobborghi, l’hip-hopper. Ben diverso dal semplice rapper, fautore unicamente di uno stile musicale, un seguace dell’hip hop si fa carico di un intero stile di vita, portavoce della rabbia di tutti coloro che sono sempre stati sotto e che alla fine hanno deciso di far sentire la propria voce. E a raffica. Ma c’è forse da pensare che la risalita dai quartieri bassi sia stata troppo rapida, e la voce della musica nera ora (de)canta la bellezza di macchine nuove, donne super-sexy e soldi. Tanti soldi, troppi, più di quanti ce ne sarebbe stato bisogno per un riscatto onesto e pulito. Ma tutto sommato, meglio essere un M.A.G.N.A.C.C.I.A. figlio di puttana che un povero perdente a vita…
Questo, signori, il quadro generale della ribellione e delle mille opportunità che oggigiorno ci offre per affiliarci al male: una lunga e studiata lista di anticonformistiche mode che hanno sedotto, risollevato, talvolta perfino messo contro e infine rigettato alla propria – se non peggiore – condizione orde di noi giovani frustrati ed incazzati che speravamo soltanto di poter alzare la voce. Peccato che oggi, il vero obiettivo si sia però perso per strada e che invece, l’unica cosa ad essersi in realtà alzata e ad esser sopravvissuta fino a noi, sia solo l’enorme quantitativo di etichette delle quali oggi siamo schiavi.
Questo, signori, il quadro generale della ribellione e del suo fallimento.
C’erano semplicemente il buono ed il malvagio. Il principe e l’orco. Il bravo ragazzo e quello cattivo, santo e brigante… Ma poi, al brigante, s’affiancò il ben più goliardico ragazzaccio: il tipico perditempo, quello “poco raccomandabile”, ma che in fondo non è criminale, solo un po’ ribelle… Ma quindi ovviamente, scomodo… Per quel che mi riguarda, l’unica scomodità deriva dal fatto che, da allora, un concetto inequivocabile come la ribellione, si sia servito di un po’ troppe maschere per potersi esprimere…
Negli anni ’50, la ribellione fece capolino nelle case delle docili famiglie americane, mascherata da un Re dai costumi eccentrici ed i movimenti conturbanti, che attraverso radio e televisioni andava diffondendo nuove sonorità di derivazione blues, una musica così dura e poco perbene rispetto a quanto udito fino ad allora… Le ragazze però, andavano letteralmente pazze di quel cane da caccia…
Dieci anni più tardi, la ribellione attraversò l’oceano per rifarsi viva nei panni lindi e le pettinature ordinate di quattro britannici scarafaggi: ancora una volta, la chitarra dimostrò quante nuove cose poteva fare con i suoi gentili lamenti…
Fu infine muovendosi al ritmo del battito di piccole ali che la ribellione assunse toni mondiali: fiori, pace, amore ed acidi. Fu probabilmente dopo di ciò, che le cose iniziarono a complicarsi…
Il rocker solca l’America da costa a costa sulla sua Electra glide fiammante; vorrebbe essere un uccello libero, ma da quanto si può sentire dall’enorme autoradio che trionfa sul manubrio, si evince che intanto sogna solo la sua dolce casa, l’Alabama…
Il punk proclama l’Anarchia nel Regno Unito, ma la cosa non vale per la sua impeccabile cresta sempre in ordine; nel frattempo si lancia occhiate d’odio col suo rivale di sempre.
Il metalhead ricambia l’occhiataccia, ma è ovvio che in realtà vorrebbe solo scolarsi la sua birra in santa pace: infrangere la legge, per lui, è solo un sogno in un cassetto, ha già troppe preoccupazioni così, per via di quel suo frivolo cugino che gli rovina la piazza.
Il glamster vanta tendenze autodistruttive e sniffa tutto quanto a misura di narice, dallo zucchero del pandoro alle formiche; urla al Demonio, perché l’Angelo Caduto è il santo patrono degli eccessi e del divertimento, moderno Bacco, simbolo d’edonismo...
Ed intanto i capelloni di tutti i fronti si beccano fior di accuse di satanismo.
L’alternativo disapprova tutto ciò: la rivoluzione contro il potere va condotta aborrendo questi deplorevoli eccessi, ma distintamente impacchettati con giacchetta logora, codino ben raccolto e sciarpino per darsi con roba proletaria ed inconsueta un tono tuttavia composto, mente parla con fare intellettualoide di nichilismo e di tetraidrocannabinoli; che è un modo molto più impegnato per dire che in realtà si scassa di canne, mentre è cullato da note psichedeliche: insomma, solo un’altra crepa nel muro.
I rastafari in Italia vengono definiti punkabbestia, termine che col tempo è giunto a rappresentare la totalità di quanto definibile come alternativa sociale: nel punkabbestia troverai di tutto, dall’immancabile capello arruffato, che sia il ben definito rasta o una semplice crosta di sporcizia spacciato per tale, alle mille variabili di orecchini, piercing od extension; dai sandaletti forieri di un’aria tutta trasandata, alla maglietta dei Tool… Insomma, una vera e propria promiscuità di elementi trasgressivi, ben amalgamati – finanche “rappresi” – tra loro, se si tiene conto delle dicerie sulle scarse tendenze igieniche dei suddetti… E nossignore, quell’aroma dolciastro che emanano non è bagnoschiuma: vorrebbero alzarsi per i loro diritti, ma la verità è che sono troppo fatti e non ne hanno la forza…
Ma ad ogni modo, il vero trionfo della controcultura contemporanea, è l’emo!
Dove “emo” – mi dicono – stia per “emo-tional”. Coerente, per un gruppo di ragazzini depressi ed emaciati che proclamano lo svenamento come unica evasione dallo schifo che li circonda. Jack Skellington è il loro idolo: quando l’ha saputo, l’ossuto personaggio ha pianto lacrime amare per il rimpianto di non avere vene da potersi tagliare. Il problema di questi tizi è che non hanno capito che non si può correre attraverso il Monsone se si ha un’emorragia in corso. E pensare che i loro ispiratori erano persone così serie…
Difficile in effetti pensare a qualcuno di più serio del dark – il quale pare abbia rischiato l’attacco cardiaco una volta messo al corrente del sopracitato accostamento; ma d’altra parte, ognuno è libero di fare ciò che gli pare e, a lui, la cosa non lo sfiora per niente. Non a caso, la ribellione ha sempre preferito condurla per conto suo, senza mai spingerla all’infuori del proprio animo contorto, lontano dalle incomprensioni ed i giudizi di chi non è degno di capire: sempre meglio bruciare dall’interno.
Infine, il vero ribelle dei sobborghi, l’hip-hopper. Ben diverso dal semplice rapper, fautore unicamente di uno stile musicale, un seguace dell’hip hop si fa carico di un intero stile di vita, portavoce della rabbia di tutti coloro che sono sempre stati sotto e che alla fine hanno deciso di far sentire la propria voce. E a raffica. Ma c’è forse da pensare che la risalita dai quartieri bassi sia stata troppo rapida, e la voce della musica nera ora (de)canta la bellezza di macchine nuove, donne super-sexy e soldi. Tanti soldi, troppi, più di quanti ce ne sarebbe stato bisogno per un riscatto onesto e pulito. Ma tutto sommato, meglio essere un M.A.G.N.A.C.C.I.A. figlio di puttana che un povero perdente a vita…
Questo, signori, il quadro generale della ribellione e delle mille opportunità che oggigiorno ci offre per affiliarci al male: una lunga e studiata lista di anticonformistiche mode che hanno sedotto, risollevato, talvolta perfino messo contro e infine rigettato alla propria – se non peggiore – condizione orde di noi giovani frustrati ed incazzati che speravamo soltanto di poter alzare la voce. Peccato che oggi, il vero obiettivo si sia però perso per strada e che invece, l’unica cosa ad essersi in realtà alzata e ad esser sopravvissuta fino a noi, sia solo l’enorme quantitativo di etichette delle quali oggi siamo schiavi.
Questo, signori, il quadro generale della ribellione e del suo fallimento.
giovedì 25 settembre 2008
...Ragguardevoli bozzetti!!
...Nossignore, non si tratta ancora della già preannunciata e temuta ondata dei nuovi sketches...!!
Molto più semplicemente, trattasi di alcuni bozzetti meritevoli di nota, se non tanto per le qualità artistiche - anche se devo con una certa e malcelata autosoddisfazione compiacermi di come la caricatura di Gene, sebbene realizzata di getto e senza alcun riferimento, sia pienamente conforme a quanto avevo in mente...! - perlomeno per il fatto che (vedi numeretti e simboletti a lato...) la dicono lunga circa la qualità del mio, così per dire, tempo "dedicato allo studio", e riguardo quello che è il mio effettivo approccio alla genetica di popolazioni...!!!
Babbè, perdonate questo exploit che sa tanto di universitario nullafacente...!
La verità è che sono a lavoro su nuove tavole - nonostante mi fossi ripromesso di aspettare di iniziare inchiostrazione alla Comix prima di rimettermi all'opera, ma alla fine, lo spirito artistico ed il desiderio di libera espressione hanno prevalso...! - e che quindi, ci sarà un po' da attendere prima di un nuovo aggiornamento (semi)professionale su queste pagine...
Per il momento, vi dovrete accontentare (o se preferite, tirate un sospiro di momentaneo sollievo)...!
...You want the best, you got the best!....
Alla prossima...
Molto più semplicemente, trattasi di alcuni bozzetti meritevoli di nota, se non tanto per le qualità artistiche - anche se devo con una certa e malcelata autosoddisfazione compiacermi di come la caricatura di Gene, sebbene realizzata di getto e senza alcun riferimento, sia pienamente conforme a quanto avevo in mente...! - perlomeno per il fatto che (vedi numeretti e simboletti a lato...) la dicono lunga circa la qualità del mio, così per dire, tempo "dedicato allo studio", e riguardo quello che è il mio effettivo approccio alla genetica di popolazioni...!!!
Babbè, perdonate questo exploit che sa tanto di universitario nullafacente...!
La verità è che sono a lavoro su nuove tavole - nonostante mi fossi ripromesso di aspettare di iniziare inchiostrazione alla Comix prima di rimettermi all'opera, ma alla fine, lo spirito artistico ed il desiderio di libera espressione hanno prevalso...! - e che quindi, ci sarà un po' da attendere prima di un nuovo aggiornamento (semi)professionale su queste pagine...
Per il momento, vi dovrete accontentare (o se preferite, tirate un sospiro di momentaneo sollievo)...!
...You want the best, you got the best!....Alla prossima...
venerdì 19 settembre 2008
Disegni: secondo round
...E dopo il racconto qui di sotto - concepito dai tempi dell'estate, periodo in cui la vicenda è ambientata e vissuta, ma scritto nero su bianco solo oggi, per coerenza, visto che a quei tempi ero giust'appunto impegnato a solcare i mari della vita... - eccovi subito anche due disegni caldi caldi di scanner, realizzati nell'ordine di questi due giorni, per continuare a percorrere la via del "Blog Racconti & Disegni" per la prima volta finalmente intrapresa una decina di giorni fa...
Il primo, che ieri sera m'è servito per iniziare a scaldare la matita - infatti, anche la via sketch non era stata più battuta per un po', anche in questo caso da circa i tempi dell'estate, in seguito ai quali mi sono dedicato alla tavola per il concorso Tunuè e ad alcuni disegni e vignette per amici vari ed eventuali...! - è la mia versione fumettara di Gene Simmons, bassista e cofondatore (insieme al chitarrista Paul Stanley) della storica band dei Kiss, che per quanto storica, io mi ci sono avvicinato da non più di 4-5 mesi!... E questo, proprio grazie al fumetto, nello specifico, attraverso le mille citazioni disseminate lungo le tavole dell'autore milanese Maurizio Rosenzweig... E una volta una parola è scritta con i mitici caratteri KISS, ed un'altra qualcuno c'ha la maglietta con il logo, ed un'altra ancora John Doe si ritrova ad un loro concerto... E lì è scattato qualcosa, e giù a cercare dischi, raccolte e best of... Il risultato? Che oggi mi sento in dovere di omaggiare (ma qualcuno, visti i risultati, dirà: "sfregiare") la band, anche dato che i loro pezzi sono tra l'altro praticamente stati la colonna sonora dell'estate 2008 - daglie, ancora di mezzo 'st'estate...! - attraverso il mezzo che mi ci ha avvicinato: il fumetto!
In secondo luogo troviamo un altro sketch, forse stavolta tecnicamente più ispirato: trattasi di quell'Hellboy dell'americano Mike Mignola che tempo fa mi trovai per diversi motivi - grafici e letterari - ad osteggiare, ma le cui strade si sono recentemente reincrociate con le mie: dapprima è stata solo la vignetta sul blog dell'amico e collega Lex!, ma poi mi ritrovo il film in seconda serata e - a parte l'interpretazione di Perlman, che mi ha fatto amare di più il personaggio - BAM! Cosa vedo?! Tutti quei tentacoloni e quelle divinità del caos... Insomma, una rilettura più accurata e viene fuori che Mignola è un appassionato dell'opera di H.P. Lovecraft e che Hellboy - che di botto s'instaura tra i miei comics preferiti, probabilmente a suon di pugni con la sua manona di pietra in faccia a Sandman e V...! - ne è conseguentemente pieno di riferimenti! Ancora una volta, il risultato è una mia rivisitazione del personaggio!...
Come dite?! Che è meglio che la smetto di appassionarmi a qualcosa che con i miei omaggi ho già vilipendiato Joker, i Kiss ed ora Hellboy?!
"Troppo tardi!", vi rispondo... L'ampia sfera delle mie passioni ha già inglobato, ed ora minaccia, gran parte delle meraviglie create dai (veri e pochi) geni del nostro ed altri tempi...!
(Re)State a vedere...
Il primo, che ieri sera m'è servito per iniziare a scaldare la matita - infatti, anche la via sketch non era stata più battuta per un po', anche in questo caso da circa i tempi dell'estate, in seguito ai quali mi sono dedicato alla tavola per il concorso Tunuè e ad alcuni disegni e vignette per amici vari ed eventuali...! - è la mia versione fumettara di Gene Simmons, bassista e cofondatore (insieme al chitarrista Paul Stanley) della storica band dei Kiss, che per quanto storica, io mi ci sono avvicinato da non più di 4-5 mesi!... E questo, proprio grazie al fumetto, nello specifico, attraverso le mille citazioni disseminate lungo le tavole dell'autore milanese Maurizio Rosenzweig... E una volta una parola è scritta con i mitici caratteri KISS, ed un'altra qualcuno c'ha la maglietta con il logo, ed un'altra ancora John Doe si ritrova ad un loro concerto... E lì è scattato qualcosa, e giù a cercare dischi, raccolte e best of... Il risultato? Che oggi mi sento in dovere di omaggiare (ma qualcuno, visti i risultati, dirà: "sfregiare") la band, anche dato che i loro pezzi sono tra l'altro praticamente stati la colonna sonora dell'estate 2008 - daglie, ancora di mezzo 'st'estate...! - attraverso il mezzo che mi ci ha avvicinato: il fumetto!
In secondo luogo troviamo un altro sketch, forse stavolta tecnicamente più ispirato: trattasi di quell'Hellboy dell'americano Mike Mignola che tempo fa mi trovai per diversi motivi - grafici e letterari - ad osteggiare, ma le cui strade si sono recentemente reincrociate con le mie: dapprima è stata solo la vignetta sul blog dell'amico e collega Lex!, ma poi mi ritrovo il film in seconda serata e - a parte l'interpretazione di Perlman, che mi ha fatto amare di più il personaggio - BAM! Cosa vedo?! Tutti quei tentacoloni e quelle divinità del caos... Insomma, una rilettura più accurata e viene fuori che Mignola è un appassionato dell'opera di H.P. Lovecraft e che Hellboy - che di botto s'instaura tra i miei comics preferiti, probabilmente a suon di pugni con la sua manona di pietra in faccia a Sandman e V...! - ne è conseguentemente pieno di riferimenti! Ancora una volta, il risultato è una mia rivisitazione del personaggio!...Come dite?! Che è meglio che la smetto di appassionarmi a qualcosa che con i miei omaggi ho già vilipendiato Joker, i Kiss ed ora Hellboy?!
"Troppo tardi!", vi rispondo... L'ampia sfera delle mie passioni ha già inglobato, ed ora minaccia, gran parte delle meraviglie create dai (veri e pochi) geni del nostro ed altri tempi...!
(Re)State a vedere...
Jack Sparrow… "Capitano" Jack Sparrow…
Il vento gli gonfiava i lunghi capelli selvaggi e gli faceva lacrimare gli occhi. Ma quella, forse, non era colpa della velocità, ma era semplicemente la gioia.
Gioia per quell’immensa distesa che gli si parava dinnanzi.
Il mare. La strada. La sua strada.
Perché dopotutto, era questo che significava quel nome inciso sulla prua – uniposca sul telaio giallo, semicancellata dalle intemperie…
The Black Pearl non era solo una nave, un mezzo di trasporto: ma era qualcosa di più… “Ciò che la Perla Nera significa veramente è… Libertà…”.
Tutto ciò faceva automaticamente di lui il Capitano: non perché avesse con sé una ciurma a cui badare, mozzi a cui urlare ordini, o un tesoro da nascondere, da seppellire sotto le bianche spiagge della più sperduta isoletta caraibica, all’ombra di due palme incrociate a forma di X...
Molto più semplice, egli era il Capitano, perché una volta al timone non si trattava più semplicemente di scegliere se recarsi in un posto piuttosto che in un altro: un colpo al pedale d’accensione, mano destra sull’acceleratore e l’altra a spasso penzoloni, del tutto incurante della possibilità che un ostacolo potesse render necessario dover tirare il freno – dopotutto, erano pur sempre il Capitano e la sua Perla… – ed eccolo finalmente padrone della propria vita. Padrone delle proprie scelte, delle direzioni da prendere… Capitano di se stesso nell’immenso mare del destino, percorso non lineare che metro dopo metro – scelta dopo scelta, bivio dopo bivio, tempesta dopo tempesta, virata dopo virata, una volta a tribordo, quella dopo a babordo… – un po’ alla volta si rivela ai nostri occhi… E buttarvisi incontro a capofitto, con noncuranza – o forse è fiducia, ma il risultato è lo stesso – a bordo della Perla, infrangendo le onde dell’ignoto e dell’inaspettato – di quello che ci aspetta e ci tocca in sorte… Ecco, quella è la Libertà che si cela dietro quel nome.
La libertà di poter pienamente gioire mentre si solca quel mare della vita…
Gli amici del Capitano lo attendevano giù alla spiaggia, premonendo di qualche minuto il suo arrivo dall’inconfondibile rumore della Perla: marmitta bucata e ferraglia sull’orlo del collasso.
Quando si vive il proprio percorso, non importa quello che gli altri scorgano all’orizzonte: che siano le vele nere di un vascello pirata o i neri pneumatici di uno scooter sgangherato…
Gioia per quell’immensa distesa che gli si parava dinnanzi.
Il mare. La strada. La sua strada.
Perché dopotutto, era questo che significava quel nome inciso sulla prua – uniposca sul telaio giallo, semicancellata dalle intemperie…
The Black Pearl non era solo una nave, un mezzo di trasporto: ma era qualcosa di più… “Ciò che la Perla Nera significa veramente è… Libertà…”.
Tutto ciò faceva automaticamente di lui il Capitano: non perché avesse con sé una ciurma a cui badare, mozzi a cui urlare ordini, o un tesoro da nascondere, da seppellire sotto le bianche spiagge della più sperduta isoletta caraibica, all’ombra di due palme incrociate a forma di X...
Molto più semplice, egli era il Capitano, perché una volta al timone non si trattava più semplicemente di scegliere se recarsi in un posto piuttosto che in un altro: un colpo al pedale d’accensione, mano destra sull’acceleratore e l’altra a spasso penzoloni, del tutto incurante della possibilità che un ostacolo potesse render necessario dover tirare il freno – dopotutto, erano pur sempre il Capitano e la sua Perla… – ed eccolo finalmente padrone della propria vita. Padrone delle proprie scelte, delle direzioni da prendere… Capitano di se stesso nell’immenso mare del destino, percorso non lineare che metro dopo metro – scelta dopo scelta, bivio dopo bivio, tempesta dopo tempesta, virata dopo virata, una volta a tribordo, quella dopo a babordo… – un po’ alla volta si rivela ai nostri occhi… E buttarvisi incontro a capofitto, con noncuranza – o forse è fiducia, ma il risultato è lo stesso – a bordo della Perla, infrangendo le onde dell’ignoto e dell’inaspettato – di quello che ci aspetta e ci tocca in sorte… Ecco, quella è la Libertà che si cela dietro quel nome.
La libertà di poter pienamente gioire mentre si solca quel mare della vita…
Gli amici del Capitano lo attendevano giù alla spiaggia, premonendo di qualche minuto il suo arrivo dall’inconfondibile rumore della Perla: marmitta bucata e ferraglia sull’orlo del collasso.
Quando si vive il proprio percorso, non importa quello che gli altri scorgano all’orizzonte: che siano le vele nere di un vascello pirata o i neri pneumatici di uno scooter sgangherato…
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